forti nei posti spezzati (Ernest Hemingway)

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Stamattina non sono andato a yoga. Sono rimasto a casa a guardare il sole che si dispiegava lento su un misero terzo del nostro cortile, là dove solo nelle ultimissime settimane, segno che davvero la Terra si sta spostando nell’orbita, ha cominciato a battere e a sfiorare le tenere foglioline dalla cima rossa spuntate sulle rose. Sono rimasto a casa perché non riuscivo a muovermi, perché mi sono trovato vestito di tutto punto sulla soglia aperta ma non ero in grado di oltrepassarla, di arrivare al cancello, di vedere altre persone. Sono rimasto a casa a far niente. Perché sono esausto.

Non fisicamente; non com’era esausta mia madre dopo nove ore passate in piedi a servire da bere, a lavare mille volte gli stessi bicchieri da cocktail e gli stessi boccali da birra e a portare fuori, al cassonetto sul retro, i bidoni di plastica grigia pieni di tovagliolini zuppi, mozziconi di sigaretta e fettine d’arancia masticate. Non com’era esausto il mio patrigno, che quattro volte la settimana si alzava alle tre e mezza del mattino per distribuire giornali, neanche fosse un ragazzino delle medie, prima di andare al suo lavoro normale, perché i duecento dollari in più al mese ci servivano veramente.

Quindi, un po’ mi vergogno a dire che sono esausto. Visto da fuori il mio lavoro funziona così, mi siedo e scrivo al computer; i nove decimi del tempo non c’è niente da vedere. Niente cartellino, nessun caporeparto a controllare che stia davvero lavorando, nessun obbligo legato al vestiario. Quasi sempre riesco a dormire otto ore per notte, e nessuno dipende da me per mangiare, vestirsi o pagare l’affitto.

Ma per certi versi il mio esaurimento somiglia a quello di mamma e del mio patrigno, o quanto meno a come lo immagino io ora nel rievocare i loro visi, consunti e ingrigiti, e il cedimento nelle voci, e il modo in cui talvolta tornavano a casa, la sera, e restavano seduti in macchina per un quarto d’ora con la testa posata sul volante. Non parlavano mai del peso che avevano sul cuore, e nel corpo, ma forse so che cos’era: la stanchezza del fare ogni giorno la stessa cosa, del preoccuparsi per i soldi che non bastavano mai, del chiedersi se il sacrificio era giustificato perché alla fine una cosa sarebbe andata a sommarsi all’altra e in generale la situazione sarebbe senz’altro migliorata. O del pensare che, con ogni probabilità, non sarebbe migliorata mai.

Questa è la realtà del fare il traduttore, per me, oggi: la traduzione è lavoro operaio. Arriva il nastro trasportatore con su dei cosi semi-costruiti; tu apporti le necessarie modifiche e li mandi avanti. Fai gli straordinari, se il capo vuole così; se ti chiede di dipingere i cosi di verde tu li dipingi di verde, anche se in realtà dovrebbe farlo il verniciatore e non tu, e se fino al giorno prima i cosi erano sempre stati neri. Se ti arrivano i cosi sbagliati e il capo se ne accorge solo dopo che tu ne hai finito un lotto intero, tu li rifai. Per essere pagato tre, quattro o cinque mesi dopo, devi supplicare; ogni volta. E in pratica, il prodotto finito non lo vedi mai.

Mai un “Ottimo lavoro”; mai neanche un “Grazie”, o quasi mai. Dice un mio amico: «Fare il traduttore è come fare il muratore. Se il muro sta su come deve stare ed è diritto come dovrebbe essere, nessuno dice niente. Ma basta che ci sia un mattone scheggiato…».

Ti dicono continuamente che per quello che fai sei pagato troppo, e per dimostrarlo ti parlano di altri traduttori che sono disponibili a lavorare per meno, a firmare contratti che li rapinano sistematicamente di qualunque diritto e riconoscimento, ad accettare qualunque sopruso pur di mettersi qualcosa in curriculum.

E infatti è vero: sei circondato di persone così. In altri settori si chiamano crumiri, ma nell’ambito della traduzione devi chiamarli colleghi. Molti sono giovani, arroganti, indicibilmente limitati e incrollabilmente stupidi. In loro non alberga alcuna poesia.

Solo che possono contare sull’istinto degli squali: non hanno scrupoli, sono addestrati alla sopravvivenza e del tutto impervi alla vergogna e alle più comuni forme di dolore. E poi, i pochi che nell’orda spiccano come esseri umani, che sono giovani e creativi, sensibili, traboccanti d’innata intelligenza… ti fanno venire da piangere perché, in questa Italia, nessuno gli dà mai un’occasione.

Va bene. L’ho scelto io di fare il traduttore, quindi non voglio essere compatito. Anzi la compassione non mi serve a niente: io ho bisogno di spazio. Per dire come stanno le cose, per me, oggi.

E le cose stanno così: ci spendi su un po’ del tuo spirito, in cambio di denaro. Ti raschi via qualche scaglietta d’anima tutti i giorni, e la spargi sul tuo lavoro come il tartufo nero sulle uova fritte. Ci smeni in energia creativa, in intelligenza, in fantasia. Non hai compagni di lavoro salvo quelli virtuali, e cominci a pensare in termini di “te stesso” e “mondo esterno” come i detenuti. La posta elettronica diventa l’angusto canale attraverso cui scorre una parvenza di contatto umano, per quanto tu sappia che in tutta la faccenda e nella tua evidente dipendenza c’è qualcosa di malato. Quando ci incontriamo di persona, ai convegni o a qualche cena di gruppo, abbiamo sovente l’aria goffa o stramba; siamo troppo gioviali, ferocemente estroversi, o visibilmente abbattuti e carichi di complessi. Tutti sono concorrenza; tutti, te compreso, sputano amare sentenze. La prospettiva è la prima cosa che si perde.

Hai problemi di circolazione alle gambe e la schiena è un tormento (ragion per cui devi fare yoga, appunto); alla mano destra senti inequivocabili dolori artritici che l’aspirina non sfiora neanche. Solo che tu col corpo ci lavori, e stai invecchiando, e se dovessi smettere di funzionare… be’, a questo non ci vuoi proprio pensare, se non dopo mezzanotte, quando le ore si fanno lunghe il doppio e la luna piena ti piglia a strattoni dalla finestra e tu non hai più la forza di radunare prove contrarie all’affermazione che nessuno, fra quelli a cui la vita evapora o implode o deraglia sotto gli occhi, ha mai voluto che andasse così. Succede e basta.

Perciò stamattina sono rimasto a casa, a seguire l’ahimè troppo breve passaggio del sole sulle rose, a occupare questo specifico spazio emotivo e a posare la testa sul volante per qualche minuto dicendo: che male.

E adesso devo rimettermi al lavoro.

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Translation by Isa Zani / Traduzione di Isa Zani

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Posted on 21 March 2008, in Write ... che ti passa and tagged . Bookmark the permalink. Leave a comment.

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