Honor Thy Platitude and Keep It Holy

The article cited in this post doesn’t deserve the time it would take to translate, so you’ll have to get by, if you don’t read Italian, with a bit of a summary.

In a commentary published in the Italian newspaper, La Stampa,  Alessandro D’Avenia — an Italian high school teacher in his 30s with more than a passing resemblance to Errol Flynn in Captain Blood — writes about the terrible tragedy that has befallen Italian society because of the lack of male teachers in the public schools, especially in the lower grades. The piece is entitled: “Honor Thy (Male) Teachers: We Have Need of Them.”

You’ve heard all this before, but you might not have heard it quite like this — with references to Freud, Buddha, Christ, and Pink Floyd all tumbling over one another in an antediluvian disquisition that Rick Santorum would heartily approve.

What’s depressing/hilarious about D’Avenia is that he seems to have not the slightest idea how backwards, how dangerous, how insidiously sexist and reactionary his little homily on parenting and teaching actually is. He doesn’t even appear to understand the irony in his title, which obliquely references one of the Ten Commandments:  “Honor thy father and thy mother.” (AND thy mother, Alessandro.)

In any case, the basic idea is this: men are the more seminal (sorry) figures in the lives of children because men teach genuine life skills while mom is only good for things like hugs and over-protective worrying. These unforgettable lines come early in D’Avenia’s delirious reflection:

If a father tosses a baby into the air, the terrified mother will ask him to put the baby down. Mom anchors the child to Mother-Earth, to horizontal space. But Dad, with his strong arms, launches the child into vertical space, the future: the child is suspended in the air, breathless, yet always aware that those arms are waiting for him. Dad teaches his child absence, silence, distance. He teaches him patience and the value of waiting, while Mom provides warm and direct physical contact that protects the child from the outside world. We learned to ride a bike from our fathers. They stood off to one side and said, “Go on now. Don’t be afraid. If anything happens, I’ll be right here.” Our mothers, on the other hand, would have taken our place on the bike and said, “You just sit there. Eat your cookie and enjoy the ride.”

But D’Avenia has a larger point — that all those female teachers in Italian public schools are, in some way, doing a disservice to male children (who don’t have fathers at home, one can only suppose).

D’Avenia, like most male supremacists, believes that the universe revolves around the experiences of men — or, in this case, men-to-be. And he conveniently ignores the only logical conclusion of his 10-cent psychology: if teachers’ biological sex is such a determinative factor, then aren’t female teachers providing an important benefit to girls who are, after all, more than half the students in public school classrooms?

No. Boys need male teachers. Girls need male teachers. Everyone needs male teachers. And why? Because, babies, it’s a man’s world.

D’Avenia blogs his Very Radical Views on education at Prof 2.0 and has made a worthy contribution to what, in the States, is sometimes dignified by placement in the category “Young Adult Literature” but which is often, as it is in this case, a tarted-up attempt at “Deep Thoughts” à la Jack Handy. (Here’s the deathless quote that adorns D’Avenia’s blog: “I have nothing to say, because where there is no love, words fail. The pages are blank. Life runs out of ink.” It’s from his novel, Bianca come il latte, rossa come il sangue (“White Like Milk, Red Like Blood”) which will not, I devoutly hope, be coming to you soon in translation.)

If you read Italian, good for you and here it is. If not, even Google Translate will get you close enough for government work. The ideas aren’t hard to understand: all they require is that you haven’t had a new thought about sex roles or parenting since roughly 1947.

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Onore ai maestri: c’è grande bisogno di loro

16 March 2012
Alessandro D’Avenia

Sempre meno uomini in cattedra: ma per gli studenti l’equilibrio con le donne è importante ALESSANDRO D’AVENIA Un maestro è colui che, nella cornice di un relazione viva, risveglia in un altro essere umano forze e sogni potenziali e ancora latenti. Egli è chiamato a fare della propria unicità e del proprio intimo coltivarsi (la sua cultura) un dono al discepolo, che altrimenti non desidererà coltivare sé stesso, scoprendo chi è e che storia irripetibile è venuto a raccontare. Il maestro in sostanza è un pro-vocatore: uno che chiama l’altro ad assumere la propria vita come compito, come vocazione. Diventa te stesso, dice in ogni suo gesto e parola. Questo hanno fatto Socrate, Confucio, Cristo, Buddha, questo fanno tanti sconosciuti maestri nelle aule. Ma cosa autorizza un uomo o una donna a fare questo con un altro essere umano?

Invece di tirar fuori zanne e artigli, il cucciolo d’uomo è costretto ad un lunghissimo svezzamento senza il quale non è autosufficiente. Il bambino prima (e l’adolescente dopo) ha bisogno di essere accudito ed educato, altrimenti non sopravvive. Dovranno occuparsene la madre che lo ha generato, che instaura una relazione protettiva, come il grembo in cui lo ha custodito per nove mesi, e il padre che invece ha il compito di spingerlo ad affrontare il mondo aiutandolo a resistere e convivere con le proprie paure. Se un papà lancia in aria il bambino, la mamma impaurita chiederà di metterlo giù. La mamma lo ancora alla madre-terra, allo spazio orizzontale, il padre invece con le sue braccia forti lo lancia verso lo spazio verticale, il futuro: il bambino rimane sospeso, senza fiato, ma sa che le braccia lo aspettano di nuovo. Il padre educa il figlio all’assenza, al silenzio, alla distanza. Gli insegna la pazienza e l’attesa, mentre la madre è in contatto fisico diretto e accogliente, lo protegge dall’esterno. Abbiamo imparato ad andare in bicicletta con i nostri padri. Rimanevano distanti e ci dicevano: «Ora vai, non aver paura. Se succede qualcosa io sono qui». La nostra mamma sarebbe invece salita sulla bici al posto nostro e ci avrebbe detto «tu stai seduto là, mangia la merenda e guarda».

Gli insegnanti sono chiamati ad una sintesi dei due ruoli genitoriali, paterno e materno. Proteggere e sfidare, contenere e lanciare, con sapiente gradualità e studente per studente. Non tutti i docenti riescono in questo difficile compito, continuamente da riaffermare; può allora supplire l’equilibrio tra il numero di figure maschili e quello di figure femminili presenti in un consiglio di classe. Ma questo nella scuola italiana di oggi è quasi impossibile. La prevalenza di figure femminili è un dato di fatto che ha radici semplici: quale padre può mantenere oggi una famiglia facendo l’insegnante? L’insegnamento è un mestiere di appoggio, possibile solo per chi può permetterselo in termini di impegno di ore e di stipendio. Dobbiamo forse introdurre delle quote azzurre nella scuola o basterebbe migliorare le condizioni economiche di un docente?

Questa situazione si riflette (o è il riflesso) di una prassi familiare. Sono rari i casi in cui ai colloqui con i docenti si presentano i papà, rarissimi quelli in cui ai colloqui sono presenti entrambi i genitori. Come mai? Forse l’educazione è affare di uno solo? O affare solo delle mamme?

L’assenza o marginalità dello stile maschile nell’educazione familiare e scolare non è privo di conseguenze. Le scorgo nei miei studenti: insicuri e fragili, perché a volte privi o privati della autostima che un adolescente interiorizza grazie soprattutto alla figura paterna. Per una ragazza di 14-15 anni l’uomo più importante è suo padre, non certo il fidanzato. Diventano vittime della loro emotività elevata a sistema di valutazione del reale, poco educati come sono alla tenuta, al dolore, al silenzio, alla frustrazione in vista di un obiettivo ancora lontano.

Freud ha chiarito una volta per tutte che il padre è colui che pone il limite, mentre la madre eliminerebbe ogni ostacolo sul cammino del figlio. Il padre insegna che la vita va resa sacra (sacrificata) per qualcosa o qualcuno, mentre per la madre è la vita stessa del figlio ad essere sacra. La madre dà la vita, il padre invece ricorda che c’è la morte: quindi la vita va spesa per qualcosa. Sono necessari entrambi per l’equilibrio della donna e dell’uomo in formazione.

«Questo è il dovere di un padre: abituare il figlio a comportarsi bene da sé, e non per timore degli altri. La differenza tra un padre e un padrone sta qui. Chi non ne è capace, confessi che non sa farsi obbedire dai figli». Proprio in questi giorni sto lavorando con i miei studenti su I fratelli di Terenzio, da cui sono tratte queste parole e dalle quali (insieme ad una collega) partiremo per un approfondimento sui sistemi educativi antichi e moderni, passando per l’epocale «We don’t need no education» dei Pink Floyd. Dopo più di 30 anni da quell’urlo liberatorio, ci rendiamo conto che abbiamo sempre più bisogno di «education», per primi gli adulti con compiti di guida e di potere, spesso troppo impegnati a perseguire il bene particolare e il profitto, per fare onore ai maestri, che hanno in custodia le donne e gli uomini del futuro, il vero bene comune di un Paese.

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Posted on 18 March 2012, in Italy, Italian, Italians (in that order), We've Gone Mad! Mad I Tell You!. Bookmark the permalink. 1 Comment.

  1. Lovely. Just lovely, Wendell. People who say – of anything – that Freud (or anyone else for that matter) “ha chiarito una volta per tutte” shouldn’t be allowed near children in any context. Whatever sex they are. (The teachers, that is.)

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